un ritratto di Schelling

Dio e il male

come spiegare la loro reciproca compatibilità

icona per espandere il menu interno
Table of Contents

«Abbiamo spiegato Dio come unità vivente di forze, e se la personalità si basa sul legame d'un elemento autonomo con una base da esso indipendente, in modo che l'uno e l'altra si compenetrino interamente e non siano che un solo e medesimo essere, allora Dio, mercé l'unione del principio ideale in lui col fondamento indipendente (relativamente a quello), è la personalità più alta, poiché base ed esistente si congiungono in lui necessariamente, formando un'unica esistenza assoluta; e inoltre, se l'unità vivente di entrambi è spirito, allora Dio, in quanto è il vincolo assoluto di essi, è spirito in senso eminente e assoluto. Questo è cosi certo che solo mercé il legame di Dio con la natura è fondata in lui la personalità, mentre invece il Dio del puro idealismo, come quello del realismo puro è necessariamente un essere impersonale, del che sono la prova più chiara il concetto fichtiano e il concetto spinoziano di Dio.[...]

Dunque per spiegare il male non ci è dato altro all'infuori dei due principi in Dio.

Dio come spirito (l'eterno legame di entrambi) è l'amore purissimo, ma nell'amore non può mai esserci una volontà del male, e cosi nemmeno nel principio ideale.

Ma Dio stesso, per poter essere, abbisogna d'un fondamento, se non che questo non è fuori di lui, ma in lui; e Dio ha in sé una natura, la quale, benché appartenga a lui stesso, è diversa da lui. [...]

L'uomo non ottiene mai la condizione in suo potere, quantunque vi aspiri nel male; essa gli è soltanto imprestata, ed è indipendente da lui; perciò la sua personalità e ipseità (Selbstheit) non può mai elevarsi all'atto perfetto. Questa è la tristezza inerente a ogni vita finita, e se in Dio v'è una condizione almeno relativamente indipendente, anche in lui v'è una sorgente di tristezza, che non perviene pero mai a realtà, ma serve unicamente all'eterna gioia del superamento. Donde il velo di mestizia che si distende sulla natura tutta, la profonda ineluttabile malinconia d'ogni vita; la gioia deve accogliere il dolore, il dolore dev'esser trasfigurato in gioia.

Ciò dunque che viene dalla mera condizione o dal fondamento, non viene da Dio, anche se è necessario alla sua esistenza. Ma neanche può dirsi che il male venga dal fondamento, o che la volontà del fondamento ne sia l'autore. Infatti il male non può mai nascere se non nella più intima volontà del proprio cuore, e non è mai compiuto senza un atto proprio. La sollecitazione del fondamento o la reazione contro il sovracreaturale risveglia soltanto il desiderio del creaturale, o la volontà propria e particolare, ma la sveglia soltanto perché vi sia un fondamento indipendente del bene, e perché tal volontà sia vinta e compenetrata dal bene. Infatti non è l'ipseità eccitata, l'ipseità di per sé, che è il male: essa lo è solo in quanto si è del tutto sciolta dal suo opposto, cioè dalla luce, ossia dalla volontà universale. Ma è appunto questo distacco dal bene che costituisce il peccato L'ipseità attivata è necessaria per l' intensità della vita; senza di essa ci sarebbe la morte completa, un assopimento del bene, poiché dove non c'è lotta non c'è vita. La volontà del fondamento è dunque solo il risveglio della vita non il male immediatamente e in se stesso. Quando la volontà dell'uomo circonda con l'amore l'ipseità attivata e la subordina alla luce come volontà universale, allora soltanto ne nasce la bontà attuale, divenuta sensibile mercé l'intensità della sua vita. Nel bene dunque la reazione del fondamento è una spinta al bene, nel male una spinta al male, come dice la Scrittura: nei pii sei pio, ed empio negli empi. Un bene senza un'efficace ipseità è esso stesso un bene inefficace. Quello stesso che mediante la volontà della creatura diventa cattivo (se si stacca completamente, per essere per sé), è in se stesso il bene, naturalmente fino a che resta nel fondamento e avviluppato nel bene. Soltanto l'ipseità vinta, e quindi riportata daIl'attività alla potenzialità, è il bene, e in quanto superata da quest'ultimo, come potenza, continua a rimanere nel bene. Se nel corpo non vi fosse una radice del freddo, il calore non potrebbe esser percepibile. Pensare una forza attrattiva e una forza repulsiva isolatamente è impossibile [...]. Sicché, dialetticamente, è esattissimo dire che bene e male siano la stessa cosa, vista pero da lati diversi; ovvero che il male, considerato in sé, ossia nella radice della sua identità, sia il bene, come viceversa il bene, considerato nella sua scissione o non identità, sia il male.

Non puo esservi alcun dubbio che il male è stato necessario per la rivelazione di Dio. Infatti, se Dio come spirito è l'unità indivisibile dei due principi, e se questa stessa unità è reale solo nello spirito dell'uomo, nel caso che questa unità fosse neIlo spirito umano altrettanto indissolubile quanto in Dio, l'uomo non sarebbe per niente diverso da Dio: l'uomo si risoIverebbe in Dio, e non ci sarebbe né rivelazione né moto d'amore. Infatti ogni essere può rivelarsi solo per mezzo del suo contrario: l'amore solo nell'odio, l'unità solo nella lotta. Se non ci fosse separazione dei principi, l'unità non potrebbe mostrare la sua onnipotenza; se non ci fosse la discordia, l'amore non potrebbe diventar reale. L'uomo è collocato a un livello così alto, che ha in sé stesso l'origine del suo spontaneo movimento verso il bene o verso il male indifferentemente: il legame dei principi in lui non è necessario, ma libero. Egli sta nel punto decisivo: qualunque cosa egli scelga, l'azione sarà sua, ma non può restare nell'indecisione, perché Dio deve rivelarsi necessariamente, e perché nella creazione in generale non deve rimanere nulla di equivoco. [...]

Si è spesso creduto che chi ha voluto il mondo abbia dovuto volere anche il male.
Ma quando Dio riconduceva all'ordine i disordinati parti del caos ed esprimeva nella natura la sua eterna unità, egli con ciò operava piuttosto contro le tenebre, opponeva allo sregolato movimento del principio irrazionale il verbo, come centro stabile e lume eterno. La volontà di creare era dunque immediatamente solo una volontà di far nascere la luce, e quindi il bene; in questa volontà il male non venne in considerazione né come mezzo né come conditio sine qua non per la massima perfezione possibile del mondo, come dice Leibniz. Il male non fu oggetto né d'un decreto divino tanto meno d'una concessione divina. La domanda perché Dio, pur avendo necessariamente previsto che il male sarebbe derivato almeno in modo concomitante dall'autorivelazione, non abbia preferito non rivelarsi affatto, non merita risposta.

Sarebbe come dire che perché non ci sia l'antitesi dell'amore non dev'esserci neanche l'amore. [...] Se Dio per evitare il male non si fosse rivelato, il male l'avrebbe vinta sul bene e sull'amore. [...] Sarebbe come se Dio sopprimesse la condizione della sua esistenza, cioè la sua propria personalità. Insomma, perché non ci fosse il male, bisognerebbe allora che Dio stesso non ci fosse. [...]

  La volontà dell'amore e la volontà del fondamento sono due volontà diverse, ciascuna delle quali è per sé; ma la volontà dell'amore non puo resistere alla volonta del fondamento, né abolirla, ché altrimenti dovreble contrastare se stessa. Infatti il fondamento deve agire perché l'amore possa essere, e deve agire indipendentemente da esso perché esso esista realmente. Ora, se l'amore volesse infrangere la volontà del fondamento, combatterebbe con se stesso, perderebbe l'unità con se stesso, e non sarebbe plu l'amore. Questo lasciar agire il fondamento è l'unico concetto pensabile della tolleranza, che nel suo abituale riferimento all'uomo, è affatto inammissibile. A sua volta la volontà del fondamento non puo certo infrangere l'amore, né lo desidera neppure, benché spesso ne abbia l'apparenza; infatti, allontanatasi dall'amore, essa deve essere una volontà propria e particolare, perché l'amore, attraversandola come la luce attraversa la tenebra, appaia nella sua onnipotenza. Il fondamento e solo una volontà di rivelazione ma appunto perché questa sia, deve evocare la particolarità e l'opposizione. La volontà dell'amore e quella del fondamento diventano dunque una sola e medesima cosa proprio per il fatto che sono separate e fin dall'inizio ciascuna opera per sé. Perlanto la volontà del fondamento fin nella prima creazione eccita la volontà individuale della creatura affinché, se lo spirito sorge come volonta dell'amore, questa incontri una resistenza in cui possa realizzarsi.[...]

Il male non è altro che il fondamento originario dell'esistenza (Urgrund zur Existenz), in quanto questo fondamento tende ad attualizzarsi nell'essere creato, e quindi in realtà non è altro che il fondamento attivo nella natura elevato ad una potenza superiore.»

(F. W. J. Schelling, Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà umana)